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What I talk about when I talk about running.
di Roberto Lombardi, 28/03/2009

Corrado Ori Tanzi ha già recensito sulla rivista Correre n. 293 un libro molto interessante di Haruki Murakami, ed. Harvill Secker Londra 2008, p. 181, £ 9.99.

Ho letto il libro ed ecco di seguito le mie impressioni.

Al momento (Marzo 2009) questo libro non è ancora stato tradotto in italiano. Il suo titolo tradotto letteralmente sarebbe “di cosa parlo quando parlo di correre”. Ma va subito specificato che la recensione era su una rivista di “running”, lo sport amatoriale della corsa.

Sarebbe auspicabile che queste 180 pagine potessero essere intese, capite e amate da qualunque lettore, ma è molto improbabile. Fin dalle prime pagine Murakami pone le premesse del suo punto di vista presentandosi come “corridore”.

Chi del correre non ha mai fatto esperienza troverebbe leggere queste pagine se non noiose, lontane. Come spiegare a chi non ha mai conosciuto il piacere del dolore - che non è masochismo - del correre per un’ora di seguito la poesia che si cela in questa attività?

Nella prefazione l’autore ci prova ricordando quello stratagemma usato dai maratoneti per arrivare in fondo quando l’inevitabile dolore arriva. Ripetere una specie di mantra è uno dei modi. Di questi il più efficace è “ il dolore è inevitabile, la sofferenza un optional”. La consapevolezza della sottile differenza che si incunea tra quelli che possono sembrare due sinonimi rende un corridore tale.

Correre è doloroso, ripete Murakami a più riprese in questo libro. Questo è il punto di partenza. Da come si vive quella sofferenza, da come ad essa si risponde derivano anche altre risposte, a livello umano, in sintesi. Con estrema onestà e semplicità viene sottolineato come questa attività così semplice, ancestrale e che egli ha praticato ormai da più di tre decenni, non si possa imporre o consigliare.

Semplicemente si comincia e poi si fanno regolarmente una serie di rituali che sono comuni a tutti i podisti: allenarsi costantemente, controllare i tempi, preparare una gara, acquistare le scarpe giuste, gestire la difficoltà dopo lo start, la paura dell’infortunio.

E la struttura narrativa è quella più cara che possa arrivare alle orecchie di un runner, una serie di capitoli su una carriera, una storia fatta di tante gare, di tanti ricordi, episodi curiosi, fette di vita anche banali. Leggendo le sue pagine si ha infatti la sensazione di stare in un parco con l’amico con il quale ci si allena e che durante il riscaldamento o durante un lungo ci racconta di storie passate.

E’ molto bello raccogliere la confessione di Murakami che candidamente accetta che non sarebbe potuto diventare un romanziere se non fosse divenuto un runner.

La parola-chiave è sempre la stessa: disciplina. Una disciplina ferrea. E’ il momento delle citazioni. “Il grasso è facile prenderlo e difficile da perdere”. "Senza focalizzarsi su qualcosa non si può raggiungere nulla”. “Anche se a livelli di prestazioni diverse, ci sono cose che solo i runners capiscono e condividono”.

Non è esagerato affermare che in questo libro si coglie l’essenza di questo sport, soprattutto quando viene raccontata l’esperienza di un’ultra-maratona in Giappone, in Hokkaido.

La cronaca drammatica di 100 (cento!) km corsi con una semplicità disarmante. Vengono infatti usati accenti lirici e metafisici e cioè di qualcosa di impalpabile che spinge verso il traguardo quando tutte le energie sembrano esaurite. Qualcosa che tutti quelli che corrono conoscono.

Per completare il quadro infatti, Murakami ricorda che per un corridore la linea del traguardo non è che un “temporary marker without much significance” – un segno temporaneo senza molto significato.

Si correva prima di esso e si correrà dopo averlo raggiunto, in altre corse, come nella vita, appunto.
Roberto Lombardi




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