Informativa sulla COOKIE LAW: Questo sito utilizza solo cookie tecnici
 home page   podistica   triathlon   trail   ciclismo   criterium   società   notizie   solidarietà   fototeca   fidal   links   area riservata   contatti 
Podistica Solidarietà su FacebookPodistica Solidarietà su TwitterPodistica Solidarietà su InstagramPodistica Solidarietà su YouTube

archivio Gare Fittizie


calendario Gare Fittizie


notizie gare podistiche


archivio gare podistiche


calendario gare su strada


calendario gare in regione


calendario gare all'estero


11 consigli per la maratona


archivio notizie

MARATONA, quel dono che capisci solo alla fine!!!!!!
di Chiara Ciaccia, 22/02/2022

Preparare una maratona si sa, è un impegno fisico prolungato fatto di stress fisico e tempo sottratto alla vita personale.


È la prima volta che decido però di prepararne una veramente.
L’ho fatto perché in un periodo di vita personale veramente complicato, avevo bisogno di qualcosa che in qualche modo mi distraesse dal quotidiano.

Mai avrei però pensato quanto fosse difficile conciliare problemi di vita (impegni, stress, pensieri) con una tabella di allenamento.

E soprattutto mai avrei pensato che non sarei stata io a preparare una maratona, ma che sarebbe stata la maratona a preparare me.

Nelle settimane canoniche di allenamento, quello che era iniziato come un modo per distrarmi, un diversivo, qualcosa che in teoria avrebbe dovuto aiutarmi per scaricare lo stress, e’ diventato una lotta, una fonte di altro stress che ho maledetto perché stavolta me l’ero pure andata a cercare… il fatidico “ma perché?” che ognuno di noi si dice spesso tra se’ e se’.

Ho maledetto ogni km quando ho dovuto allacciare le scarpe la mattina per fare il dovuto lungo dopo una notte passata letteralmente in bianco persa nei miei pensieri, ho imprecato quando ho dovuto interrompere mille volte una corsa per delle telefonate che non potevo ignorare, o quando avevo la seduta di corsa lenta che con il suo ritmo ipnotizzante mi portava a un interminabile dialogo interno che non mi faceva staccare.

Ho odiato la corsa, e nonostante stessi seguendo una tabella che mi aveva dato un allenatore molto valido, non capivo nemmeno cosa stessi facendo in realtà, tanto che poco prima di partire per Siviglia gli chiesi “scusa, ma a quanto la devo correre?”.
Solo dopo ho capito che il motivo per il quale ho deciso di impegnarmi in una tabella non era chiudere una maratona a 5.15 e nemmeno quello che mi ero detta quando avevo iniziato, ovvero trovare un modo per distrarmi.

Ho avuto la dimostrazione che il significato delle cose a volte ci appare chiaro solo alla fine del viaggio, nel mio caso al terzo km della gara.

Sono partita per Siviglia accompagnata da tutte le insicurezze che un anno di cambiamenti a ritmi vorticosi mi hanno creato, assolutamente non consapevole di cosa ci stessi a fare lì, ma solo felice di essermi ritrovata insieme a degli amici e vivere finalmente dei giorni spensierati.

Della maratona non mi interessava nulla: ho camminato km e km in una città meravigliosa, felice di godere di quello e non preoccupandomi del fatto che potessi stancare le gambe ; ho assaggiato cibi nuovi con la leggerezza del turista e non dell’atleta che si preoccupa del suo intestino; ho fatto tardi la sera solo per godere della compagnia degli altri, io che di solito alle 22 crollo.

La mattina della gara inizia senza adrenalina, solo con la curiosità di scoprire se veramente le mie gambe sarebbero state in grado di fare 42km a una media tra 5.20 e 5.15, accompagnata dalla leggerezza data da un week end che mi aveva già appagata.

Mi ero detta “vabbè, ci provo, al limite scoppio, ma la vacanza ne e’ valsa la pena”.
Si parte, inizia la corsa, ma al primo e al secondo km arrivano sul telefono 2 chiamate che mi rimettono sulle spalle la pesantezza del periodo; mi ribello, non rispondo, dicendomi che tanto non erano cose che potevo risolvere in quel momento e che potevo quindi richiamare dopo, mente era giusto che io mi godessi quella corsa e quella città, che la mia leggerezza appena conquistata non doveva già finire.

Al terzo km però un’altro ostacolo, molto più difficile: inciampo e cado rovinosamente sull asfalto, facendomi riportare abrasioni e sbattere forte il costato.

Mi rialzo, mi controllo alla buona e ricomincio a correre sotto shock, cercando di capire se il dolore che provavo fosse qualcosa di grave o se era qualcosa che poteva rientrare.

I primi 15 km scorrono, con la testa che si continuava a chiedere se non era il caso di ritirarmi, perché ogni passo a terra si ripercuoteva sul costato dolente, ma ad ogni km mi rispondevo “aspetta, vedi se aumenta o se diminuisce, non puoi buttare tutto ora, non te lo meriti”.

I km continuano a succedersi così, in una lunga lotta con me stessa, con una parte di me che voleva mollare e l’altra incazzata come una bestia perché non voleva rinunciare.

Dal ventesimo km sembrava andasse meglio, e quindi tranquillizzata del fatto che probabilmente fosse solo l’indolenzimento della botta, ho provato ad accelerare come mi aveva suggerito il mio allenatore (primi 20 km a 5.20 e gli altri a 5.15).
E lì è iniziata la sofferenza, perché accelerando e aumentando il ritmo respiratorio ho peggiorato il tutto e a quel punto il costato ha cominciato a bruciare per non smettere più, nemmeno quando ho dovuto rallentare.

Ma quando ho superato il trentesimo ho capito che comunque avrei chiuso la maratona, che comunque non mi ero ritirata, che comunque avevo protetto qualcosa di MIO.

Sono arrivata al traguardo e finalmente ho capito che nei mesi precedenti io non stavo preparando una maratona, io stavo cercando di rimettere al centro della mia vita me stessa, di riprendere fiducia, di darmi dimostrazione che se molte cose che ci accadono non possiamo governarle, se ad alcuni eventi non possiamo porre rimedio, se la vita ci porta via delle persone, questo non vuol dire non poter puntare i piedi e dire “esisto anche io e anche io posso influire sui miei giorni”.

Io non lo sapevo, ma quei mesi di preparazione, riuscire a correre quando tutto il resto mi remava contro e mi portava a dire “basta, non ce la faccio più”, non servivano a chiudere una maratona a 5.15 ma servivano a farmi rialzare da quella caduta e a farmi capire quanto io posso fare e quanto io valga.

Non poteva andare meglio la gara: è stato più importante per me riscoprire la forza che ho dentro piuttosto che tagliare il traguardo con un tempo migliore.
Questo è il dono che mi ha fatto la maratona, ma io credo che a ognuno di noi la Regina dia quello che ci serve in quel momento di vita, che non si limita solo a quel numero che leggiamo sul crono.

E credo anche che la pace dentro di noi arrivi solo quando troviamo la risposta a quella domanda che ci facciamo durante gli allenamenti:
“ma perché?”


Gara: Maraton Ciudad de Sevilla (20/02/2022)

SCHEDA GARA



File Attachment Icon
p.jpg
File Attachment Icon
g.jpg