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Aspettando la Race for the Cure
di Viviana Maura Vitale, 19/05/2018

Quando corri la Race for the Cure devi avere allenato bene quadricipiti e cuore. La prima volta che l’ho fatta ero da sola, non avevo ancora conosciuto lo spirito orange, la foto tutti insieme e l’hip hip urrà liberatorio e aggregante, mi vergognavo di andare al gazebo, non conoscevo nessuno, e sono andata solitaria verso il varco che conduce alla partenza della gara competitiva. Ero poco avvezza alle gare, forse era la mia quarta competizione e la prima race. Non avevo ancora corso La Parisienne, gara simile alla race che si tiene a Parigi.

Ero arrivata per tempo, quindi stavo subito dietro i top runner. Aspettavo il via e guardavo gli altri. Sentivo gli odori della partenza. Canfora, deodoranti appena spruzzati, qualche sentore di un breve riscaldamento. Di rado sento cattivo odore in partenza, i runner sono un popolo pulito.
Ad un certo punto, un intervento del sindaco, qualche riferimento alla causa. Mi cade lo sguardo ( e la’ resta per un po’ ) su una canotta arancione: never give up. Non mollare mai. Non abbatterti. Non cedere.
In contemporanea ai miei esperimenti di traduzione, parte la musica della banda con l'Inno di Italia. Ci si sente un po’ scemi a cantare da soli, all’inizio sto zitta. Poi invece mi viene da cantare, stava succedendo qualcosa, ero lì per una ragione. Never...

Lo sparo, si parte, mi tengo tutta a destra, lascio passare quelli che corrono per davvero e mi ritrovo lungo un corridoio con tante donne con le magliette rosa. Io non avevo capito perché a me avessero dato la maglietta bianca, non avevo capito nulla e quasi sarei andata a chiedere se potevo avere quella, perché mi piaceva di più.
Ma correndo lungo il corridoio mi si è illuminata la mente e ho capito. Le donne in rosa tendevano "il cinque" oltre la barriera e io ho iniziato a poggiare la mia mano su ogni mano che veniva tesa. E le guardavo mentre mi sorridevano e dicevano: dai!
Dai?? Io???
Ricordo le statistiche. 1 su 12. Alcuni dicono 1 su 7. Chissà, forse anche io. Mi chiedo se sarei mai capace di stare là, se riuscirei ad avere la forza di sorridere.
Tra loro alcune donne con ragazzini vicino a loro. E certo che combattono. I miei quadricipiti vacillano. Ma se loro sono la’ a darmi il cinque io devo correre. Loro testimoniano per me, io per loro.

La macchia rosa svanisce e arriva l’altare della patria, la salita del Colosseo, il rettilineo di Caracalla, la curva, ancora salita e poi il bananone. Ero confusa, l’arrivo della race è un delirio di persone, atleti e non atleti che percorrono lo stesso viale pieno di banchetti con tante cose buone per il ristoro.
Mi mettono in mano due gatorade e inizio a bere quando davanti a me compare una strana maglietta rosa. E un sorriso. Sono rimasta immobile. Senza fiato. Senza cuore.
Sei tu? Si!! Non lo sapevi ?
No. (nessuna altra parola)
Non preoccuparti - dice una amica conosciuta qualche mese prima - il pacco gara delle donne in rosa è più ricco e più bello.
Ci siamo abbracciate tra sudore e gatorade. Uscire dalla race è un’impresa, devi farti largo tra una moltitudine pacifica di persone a quel punto, sudate.
Ma uscire con fatica è dinamico perché è come se quello sforzo servisse ad uscire da una esperienza emotiva per tornare alla vita dove non saprai mai chi indossa una maglietta bianca e chi rosa.
Never give up.
E domenica corro di nuovo.


Gara: Race For The Cure [TOP] (20/05/2018)

SCHEDA GARA



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