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Una Domenica con i butteri della Tolfa
di Ettore Golvelli, 27/04/2014

Ettore Golvelli in compagnia del Vice Pre Marco Perrone

Ettore Golvelli in compagnia del Vice Pre Marco Perrone

Oggi la carovana orange targata natura si è trasferita in una delle zone più selvagge e meno alterate dall'uomo nell'intero Lazio: i Monti della Tolfa .
Arrivo nel paese di buon ora insieme a mio fratello Giovanni e non so perché Tolfa, a prima vista,  mi sembra un paese senza attrattive e senza interesse (spero che nessun tolfatano ne resti offeso). Invece poi girandolo un po' mi è diventato un luogo che mi ha impressionato immensamente in modo positivo. Girando tra vicoletti e stradine che hanno il tipico sapore antico dei borghi italiani, noto che la gente è rimasta quella di una volta  e quando ho avuto occasione  di scambiare  quattro chiacchiere  con qualcuno,  ho avvertito sempre una forma di cordialità  e gentilezza che è sempre più difficile apprezzare in città.
Salgo verso la rocca dirupata e quando arrivo su il paesaggio che si gode è davvero magnifico. Tolfa si mostra sul suo colle che è diverso e molto più basso di quello  su cui sto camminando e intorno i profili  delle rupi  e delle valli formano un anfiteatro naturale di rara bellezza.  Il monte della rocca, lo "Scojo" per i vecchi tolfatani, non è solo la caratteristica  principale di Tolfa ma rappresenta, per motivi storici, l'anima stessa del paese.
Il castello fu eretto durante le invasioni barbariche  a difesa della popolazione  e solo con la fine del Medioevo  venne meno alla sua funzione di difendere il territorio. Ma nonostante lo stato di abbandono il castello riuscì a difendere i tolfatani un ultima volta nel 1799 quando l'esercito  francese di Napoleone, conquistato il paese, non riuscì ad espugnare il castello nel quale si era rifugiata una parte della popolazione.
Ma veniamo alla corsa.
Siamo in pochi stamattina e i grossi nuvoloni non promettono niente di buono: la mia amara constatazione che oggi il sole non lo vedremo.
Si parte e dopo un giro panoramico nei vicoletti del paese si scende per uno stretto sentiero giù nella prima valle della "La Concia" e subito dopo si entra anche nel primo bosco soprannominato "Li Sbroccati" . Qui il sentiero è solo un tracciato  ed una ricchissima vegetazione di lecci, carpini e cornioli rende difficile godersi qualsiasi panorama. Nel sottobosco invece, a causa dell'elevata umidità, crescono felci (alcune specie sono molto rare)  e parecchie specie di orchidee selvatiche.
Subito ci colpisce la varietà degli odori del bosco e l'intensità  del canto degli uccelli. In alcuni punti non c'è traccia dell'uomo, a parte dei segnali appesi che ci indicano il percorso, non una cartaccia, non una bottiglia, non lattina di bibita. Nella macchia fitta e spesso impenetrabile  trovano rifugio moltissime specie di animali come cinghiali, volpi, martore, istrici. Numerosi silvidi che nidificano come la sterpazzola, la magnanina, l'occhiocotto e le capinere. Le Cleopatre e la Ninfa del Corbezzolo sono le farfalle più colorate e caratteristiche quando i prati colorati da orchidee prevalgono nel sottobosco.
Giù in fondo alla valle la complessa rete idrografica  ha consentito il notevole sviluppo della vegetazione ripariale che si snoda talvolta nelle aree aperte e a volte si insinua all'interno dei boschi seguendo dei corsi d'acqua e dando luogo allo sviluppo di vegetazione arborea.
Adesso percorrendo la strada che costeggia il fosso del Marano è presente un antica strada d'epoca medioevale su rifacimento  romano (dai sassi adoperati sembra più di fattura etrusca). La strada porta ad un largo spiazzo lavico originatosi sui monti della Tolfa in tempi antichi dove la presenza di una protuberanza  lavica  da luogo ad un piccolo picco chiamato "il Sasso della Strega" . Il sentiero lastricato porta ad un passo montano,crocevia di alcune importanti vie di comunicazione, sul quale fu edificato dagli Etruschi  un complesso di culto rurale: questo posto si chiama "la Grasceta dei Cavallari" . Il tempio, scavato e indagato a più riprese, rappresenta l'unica presenza di culto sui monti della Tolfa. Questo tempio, di cui rimangono solo  le fondazioni  in muri a secco di pietra a pianta rettangolare, era composta da una cella  per le funzioni sacre circondata da 8 colonne  di cui non rimane traccia.
Adesso si scende nella valle  e qui prevale il verde di grandi appezzamenti di terreni coltivati, separati da siepi naturali  e lembi di vegetazione spontanea.
I pascoli, un tempo considerati aree degradate dal punto di vista naturalistico,  rivestono invece un importanza fondamentale  per molte specie di uccelli, oltre a costituire un ambiente dallo straordinario  fascino paesaggistico. Qui l'ambiente  e' dominato  da cespugli di rovo e biancospino e da rari alberi di pero selvatico, alberi di Giuda e marruche. Spettacolari fioriture di orchidee  rendono famoso il comprensorio  per gli amanti di questa specie come il regno delle farfalle che si lasciano ammirare  intente a succhiare il nettare nei grandi fiori del carciofo selvatico.
Qui pascolano  durante tutto l'anno vacche e cavalli maremmani che non conoscono stalle e rifugi.
Mentre corro e guardo il paesaggio dei monti della Tolfa ricchi di rupi e pareti rocciose, incontro un uomo su di un cavallo: è un "buttero". Un uomo sulla cinquantina d'anni, portati con leggerezza. Sulla sua faccia  la sfida dell'uomo per sopravvivere su quella terra, così aspra e piacevole. Sotto il suo cappello da buttero nasconde un sorriso da ragazzo ed una passione marcata  a fuoco sul cuore. In sella alla sua confortevole bardella, vestito con i classici pantaloni di fustagno, stivaloni, cosciali, la catana (tipica borsa da buttero) e giacca di velluto. In mano ha la classica mazzarella che gli serve per stimolare delicatamente l'animale. Il cavallo, un baio scuro con balzana a due, da fiero "beccaccino" è decisamente nervoso per la mia presenza.
Lo saluto con il gesto universale; lui, incuriosito dal mio cappello da Cavallaro, si avvicina e mi saluta. Gli chiedo se lui è' un "cavalcante" (nel Lazio il buttero si chiama così). Gli occhi si illuminano, gli spunta un largo sorriso tra la sua barba incolta.  Mi risponde di si. Allora gli chiedo cosa significa essere "buttero". Lui risponde "essere butterò significa non violare l'ecosistema, riscaldarsi d'inverno con la legna tagliata con l'accetta, riconoscere le erbe medicinali, vivere soprattutto un rapporto non falsato. Vivere da buttero significa lasciare la macchina, il rumore. Il cavallo è libertà, ma anche vento e pioggia in faccia d'inverno e sole che picchia in testa in estate, perché a cavallo non passeggi, lavori" .
Mi saluta con un sorriso di soddisfazione e va per la sua strada, in groppa alla sua splendida cavalcatura. Un personaggio dall'alone eroico che rappresenta il simbolo di questa terra antica e custode  dei millenari segreti del suo mestiere.
Oggi è' molto difficile trovare dei butteri veri, persone che vivono ancora di questo lavoro. Qualcosa è cambiato, non si sta più 10 ore filate in sella  perché molte si passano in groppa ad un trattore. A restare immutata però è la scelta di vita.
Si continua a correre.
Il sentiero adesso ci porta nei pressi di un fontanile e poi, con una salita ripida, ci portiamo su Monte Piantangeli. In cima, davanti a noi, si estendono prati verdissimi impreziositi dal giallo delle mimose. Alcuni muretti a secco attraversano i prati e le pietre con cui sono stati realizzati sono state asportate dalle costruzioni dell'antico centro medioevale.
Ora entriamo all'interno delle rovine dell'abbazia, seminascoste dalla vegetazione. Alcuni mozziconi di colonne, parte dei muri e la parte inferiore delle tre absidi sono ancora in piedi. Non ci deve ingannare l'aspetto desolato e selvaggio che questo luogo ha oggi: una volta era coperto di intonaci e stucchi.
Raggiungiamo il punto più alto, panoramico. La vista è grandiosa, pare di stare in aereo. Con lo sguardo riusciamo ad abbracciare un tratto molto ampio  della valle del Mignone.
Si scende pian piano verso una valle fino all'arrivo della corsa ed io assaporo incantato la pace e la bellezza  di questi luoghi incontaminati e selvaggi a così poca distanza da Roma e dal mare.
Tolfa è un paese in piena sintonia  con la natura circostante; non promette niente di sconvolgente a chi non vi si avventuri con spirito leggero e senza troppe esigenze, ma che riempie  costoro di bei luoghi e sublimi sensazioni.
Non è un paese per tutti ma per chi sappia apprezzare ciò che, sempre di più,  si tende ad ignorare: i dettagli, i piccoli frammenti di quella che era  la vita di decine e centinaia di anni fa, l'atmosfera di pace e tranquillità.
Un luogo veramente ottimo per disintossicarsi  dalla città.


Maria e Fabrizio ai box

Maria e Fabrizio ai box

Gara: Ecomaratona Monti della Tolfa (27/04/2014)

SCHEDA GARA



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