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Il GUSS solidale
di Attilio Di Donato, 25/05/2011

Amici GUSS, come da Regolamento, vi invio il mio nuovo raccontino scritto direttamente sulla mail senza correzioni da parte del Presidente in primis. Penso che a breve lo troverete sul sito.

Ho sempre desiderato fare del volontariato. Aiutando gli altri si aiuta sé stessi, ci si sente utili e gratificati.

Il rischio è che comunicando la notizia ai quattro venti si rischia di scivolare nella retorica. Per questo motivo ci ho pensato un po’ prima di scrivere un articolo serio, privo di doppi sensi su questa esperienza che sto facendo.

Si tratta di assistere moralmente i malati in ospedale, a me hanno assegnato il reparto di pneumologia. Giro per il reparto, passo per le stanze e chiedo se hanno bisogno di qualcosa, di un giornale, di una bottiglia d’acqua, di essere imboccati durante il pranzo.

Inutile chiedere come stanno: lo sanno soltanto loro le sofferenze che provano a stare immobilizzati su un letto con tubicini che li circondano per il corpo, cosa ne posso sapere io che cammino e corro pure per giunta?
E’ giusto chiedere piuttosto come va, se la notte hanno dormito, se qualcuno li è venuto a trovare durante la mia assenza.

Se si entra in confidenza il dialogo può continuare, si chiede loro la provenienza, come è formata la loro famiglia, che lavoro svolgono o hanno svolto se sono in pensione.
Se ci si accorge che non si instaura nessun tipo di rapporto li si lascia in pace, con rispetto e discrezione ci si allontana; magari sono loro a chiamarti per un aiuto in un altro momento.

Non abbiamo svolto un corso per infermieri e le medicine non possiamo somministrarle, non è compito nostro. Il nostro è un aiuto morale, non possiamo ricevere compensi né regali, ma possiamo collaborare con chi lavora nel reparto, siamo una sorta di ponte fra il paziente e l’infermiere.

Abbiamo frequentato un corso. Si chiamo corso per Assistenti Volontari Ospedalieri (AVO); non c’è bisogno di possedere particolari requisiti per essere ammessi e non ci sono test né esami finali.

L’unica cosa che bisogna avere è la buona volontà, la capacità di immedesimarsi quanto più possibile nella condizione del malato.


Io sono ancora in tirocinio, le persone che sono lì prima di me dicono che sono bravo.
Io non ho capito se questo “bravo” voglia significare che sono in gamba o che sono bravo perché mi sentono umano. Presumo entrambe le motivazioni. Io preferisco essere giusto più che bravo, anche perché non vorrei essere bravo come quello dei Promessi Sposi.

La mattina entro in reparto con la serietà e l’autorità di un dottore, con il camice sempre pulito e stirato, il cartellino di riconoscimento attaccato al taschino da dove spunta il gancetto di una penna a scatto. Al’interno ho messo un piccolo block notes.
I primi giorni i pazienti mi guardavano come un marziano, una faccia nuova è sempre una faccia nuova e bisogna farci l’abitudine.
Col passare dei giorni però hanno notato che quei pochi compiti che posso fare li faccio con cura e precisione, che mi porto dietro dopo 25 anni di vita militare.
Adesso quasi tutti mi conoscono, almeno di vista anche se non si ricordano il mio nome e lo devono imparare a memorizzarlo.

I dottori mi rispettano, gli infermieri mi salutano, i parenti dei pazienti sentono la presenza di una persona in più che gira nel reparto. Io mi affaccio alle stanze che vedo aperte, a volte entro e scambio quattro chiacchiere con i malati con cui sono entrato più in confidenza.

Purtroppo ci sono dei degenti che difficilmente riescono a guarire e si lasciano andare. I medici dicono che in tutte le malattie, anchè le più gravi, la voglia di guarire gioca un ruolo importante.

Quando son chiamato ad imboccare i pazienti insisto perché loro mangino, che si sforzino ad alimentarsi, è da lì che si vede la voglia di reagire.
La volontà che tu hai di farli guarire te la leggono negli occhi e loro cercano di non farti rimanere triste…si vede…si sente che lo fanno per te che li imbocchi, magari loro già sano il loro male ma non vogliono darti un dispiacere quando vedono la tua faccia piena di compassione.

E allora eccoli lì che ti sorridono,ti guardano, sembra quasi che siano contenti di vederti contento perché sanno che sei un volontario, se ne accorgerebbero anche se tu non portassi il camice. Sanno bene che tu sei lì per loro,solo per loro e non perché qualcuno ti sta pagando

Capita un giorno che li trovi tutti nei propri posti letto assegnati, altre volte li trovi scambiati di letto per un motivo che tu non sai ma loro si. A te non compete fare domande, se loro ti vogliono dire il motivo del cambiamento tu ascolti, senza commentare, altrimenti niente, fai finta di niente.

Un giorno è capitato che son tornato e tutti erano al loro posto, cosi’ come erano stati lasciati la volta precedente.
In una stanza però c’era un letto vuoto. Non ho chiesto come mai quel letto che la volta precedente era occupato adesso fosse libero.
Così sono uscito dalla stanza. Avevo già girato le spalle quando mi chiama il paziente del letto accanto.“Amico (chissà perché mi chiamano tutti così)” mi ha detto, “stanotte ho fatto un sogno: ho sognato che il mio compagno di stanza, malato di cancro ai polmoni, era guarito, senza medicine”.
Era venuto suo figlio da un paese estero e, senza il permesso degli infermieri, se lo era portato via. Lo aveva portato a Malpensa e lo aveva imbarcato sul primo aereo per portarlo a casa sua, in nord Europa.
Era atterrato su una pista senza cemento, fatta di prato con margherite. Lo hanno portato all’ ospedale di…non ricordo il nome; gli hanno subito riattaccato l’ossigeno altrimenti sarebbe morto. Il figlio è rimasto lì ad assistere il padre. Stava sempre accanto a lui questo ragazzo, e con immenso piacere notava che migliorava giorno dopo giorno, fino a che, dopo due mesi di ospedale il dottore del reparto gli disse di portarsi la bombola a casa e tenerla sempre con sé: l’ossigeno era indispensabile. Il male però era guarito, miracolosamente.
Così il signore è stato dimesso da quell’ospedale e adesso vive in questo paese del nord Europa insieme al figlio. La bombola la porta sempre con sé, gli fa compagnia quando va in giro. Non esce spesso, solo quando va a trovare i pazienti del reparto pneumologia di quel paese. Si è iscritto anche lui all’ AVO perché gli hanno dato il permesso di farlo, visto che adesso non ha più quel terribile male.




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