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Il Pirata e la Papera
di Marco Caressa, 03/19/2007

Marco a Piazza del Popolo (foto di Amedeo Gigli)

Marco a Piazza del Popolo (foto di Amedeo Gigli)

E’ la mia ottava maratona di Roma e comunque non c’è niente da fare. Pensi di esserci ormai abituato, poi quando ti affacci su via di San Gregorio ti viene come al solito la pelle d’oca. Transiti sotto lo striscione del 41-esimo pregustando di ripassarci tra qualche ora. Passi in rassegna le migliaia di persone che si stanno cambiando e quelli (ma come je va…) che sono già a scaldarsi quando manca ancora più di un’ora. E soprattutto le canotte orange, sempre più numerose e qualcuno che non ho mai visto che mi saluta con un “ciao Pirata”.

Il tempo finale e la tattica di gara stavolta non mi interessano. Non ho più corso maratone da Roma 2006. Un anno intero. Impegni, situazioni difficili e problemi di vario genere, e infine un “ovvio” infortunio che mi ha bloccato tre mesi tra l’autunno e l’inverno. Ovvio, perché ci sono frangenti in cui il nostro insieme corpo-mente reclama tutte le risorse di cui ha bisogno per uscire dai piccoli tunnel della vita. Allora se ti ostini a voler continuare a far tutto, il tuo corpo te lo ricorda e ha un campionario infinito di possibilità per dimostrartelo. Tendiniti, infiammazioni, pressione alta e chi più ne ha più ne metta.

Non ho messo abbastanza chilometri nelle gambe le scorse settimane per tenere sino alla fine senza cedimenti. Mi ritrovo 5 kg in più rispetto all’anno scorso (le matriciane dal “bucatino” a Testaccio si fanno sentire). Di solito non farei una maratona con queste premesse, ma Roma…Roma la correrei anche sulle ginocchia.

Niente può paragonarsi a questo evento. Me lo ripeto ogni anno. Ogni anno mi pare che non si possa fare di più e meglio e ogni anno puntualmente è tutto più bello, più grandioso, più incredibile.
La macchina lasciata per tempo al “biscotto” di Caracalla, perché non c’è un posto a Roma dove mi senta più a casa mia.. Il punto dove mi cambio, che è sempre lo stesso: lo spiazzo sterrato prospiciente l’arco di Costantino. Il rituale ormai consolidato. Il cambio dei calzini, la pomata, lo stetching e, poco prima di entrare nelle gabbie, la pisciatina propiziatoria sui prati del Palatino arrampicato sulla grata. Non sarà fine, ma Vespasiano perdonerà un cittadino romano indisciplinato: devo ingraziarmi gli dei della corsa.

Basterebbe già questo, ma per me c’è dell’altro. So che Beatrice, la mia “papera” di nove anni, sarà sulla linea di arrivo. Tra i cambiamenti degli ultimi tempi c’è che ci vediamo un po’ meno di prima, però ieri abbiamo passato tutta la giornata assieme. Le spiegavo che il giorno prima si mangia così tanta pastasciutta perché è la benzina che ci porta all’arrivo della maratona. Lei aveva chiesto alla mamma di comprarle un rullino e quando le avevo chiesto a cosa le servisse aveva glissato. Ma io già me la immaginavo appoggiata alla grata a Via dei Fori Imperiali in attesa di farmi la foto.

Poco da dire per i primi 30 km. Sono prudente però mi sento bene e tengo agevolmente il peace-maker delle 3 ore e 15. Ho già incontrato il mitico Pino presidente, l’angelo custode di noi tutti. La voce che ti incita quando meno te lo aspetti. Poi altri orange sparsi per il percorso. Poi quello che temevo. La luce si spegne al 35-esimo. Passo Piazza Navona ed è come se avessi due macigni ai piedi. Mi fermo al rifornimento. Riparto piano. Mi saluta Gianfranco Novelli, o forse era una visione, non ne sono sicuro. Imbocco via del Corso e mi dico che basta, che non ce la faccio più. Mi metto al passo. Esco dal percorso e comincio a camminare in senso opposto sul marciapiede, verso Piazza Venezia. Incrocio lo sguardo di un ragazzo che procede anche lui al passo, mi sussurra “forza…”. Mi fermo. Porco Giuda, sto da quasi 2 ore e 45 sulle gambe, vedo in lontananza lo striscione col 36…ma quando non vai non vai.

Non sono molto lucido. Scusate amici orange. Lo so che portare il pettorale all’arrivo per la nostra squadra dovrebbe essere una motivazione sufficiente. Ma è la papera attaccata alla grata con la sua macchinetta fotografica che mi fa ripartire. C’è un altro rituale da officiare per gli dei della corsa: metterle al collo la medaglia che mi daranno all’arrivo. Ricomincio pianissimo. Penso che posso finire i 6 km che mancano anche camminando. Ci metterei un’ora almeno. Troppo. Non posso chiudere a 3 ore e 45. No, non è una questione di tempo. L’unica cosa che conta della maratona è finirla. E’ che la papera si preoccupa se non mi vede entro le 3 e 30. Svuoto la mente, riduco gli occhi a due fessure e mi concentro sui 10 metri di strada davanti a me. Così mi ritrovo a Fontana di Trevi senza accorgermene. Poi la salita di Piazza Venezia, e subito dopo il punto orange. Sento Fabio che mi urla qualcosa, poi lo vedo col cappellino messo al contrario. Sto meglio, anche perché a Via dei Cerchi ci sono i miei genitori. Mia madre stamattina, quando mi aveva salutato, mi aveva detto “mi raccomando, non stancarti troppo…”. Ma vi pare possibile? Sto andando a correre una maratona!. Come faccio a non stancarmi! Ma una mamma non rinuncia mai al suo ruolo.

Lo striscione del 41-esimo…Ora sto bene, almeno credo. Mi dovrebbero sparare per fermarmi e forse non basterebbe nemmeno. Ma i sampietrini degli ultimi 2 km si fanno sentire. C’è l’ultima salita del Colosseo e sento le gambe indurirsi. Cazzo. I crampi no! Cerco di rilassarmi. So che se mi fermo non riparto più, rallento. Mi pare di dover spingere contro la mischia dell’Italia del Sei Nazioni, ma ad un certo punto mi sento meglio. E ti credo. E’ appena finita l’ultima salita! 42-esimo. Mi metto tutto sulla sinistra, passo a fianco della grata, cerco la papera che finalmente vedo a 30 metri dall’arrivo mentre mi scatta la foto. Meno di 3 ore e 30. Il tempo oggi non conta, l’ho già detto. L’importante era non farla preoccupare.

Mentre mi tolgo il chip e mi mettono la copertina penso che le cose non sono mai così scontate. Io sono fissato con la maratona come metafora della vita. Stesse difficoltà, stessa bellezza. E, come nella vita, sul percorso puoi trovare persone che non ti aspettavi cercando inutilmente altre che avrebbero potuto esserci. Oggi più che mai gli assenti hanno torto. Non importa se non si corre. Non importa se non si ha qualcuno da sostenere. Giornate così danno il senso della vita. Grazie Pino. Grazie Gianfranco. Grazie Fabio. Grazie agli orange e a tutti quelli che c’erano. Grazie a mia madre e mio padre, che quando mi hanno visto passare hanno tirato il solito sospiro di sollievo. Grazie Annamaria, sono contento di rivederti in forma. Anche se non corriamo più assieme, il prossimo anno vorrei vedere anche te alla partenza. E grazie papera, che poi quella medaglia non te la sei più tolta per tutto il giorno dal collo. Noi c’eravamo. Tutti gli altri non sanno cosa si sono persi.

Marco Caressa
Marco Caressa



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